22 Marzo 2019
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Civate

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Età del rame: l´unicità della "cultura di Civate"

di carlo castagna

Le frotte di turisti che, a partire dai primi giorni caldi e soleggiati di primavera, arrivano a Civate, s´avviano inevitabilmente per l´erto sentiero che conduce all´antico complesso abbaziale di San Pietro. Ben pochi, infatti, sanno che la storia di Civate è iniziata già decine di secoli prima della costruzione della famosa basilica montana, lasciandoci numerose tracce della presenza umana che risalgono ben al terzo millennio avanti Cristo. E´ dunque almeno da allora che ha inizio la speciale e ricchissima storia del territorio civatese e forse sarebbe il caso di ricordarsene più spesso, per capire come, a partire da quel momento per giungere sino ad oggi, la nostra storia ha elaborato tante altre preziose testimonianze della realtà di una vita plurimillenaria che è pronta a farsi scoprire. Due anni orsono, già nel primo semplice articolo dedicato alla conoscenza di Civate, raccontavo della antica presenza del Liguri sulle pendici del Cornizzolo e dei riti solari di cui essi hanno lasciato traccia visibile. Proprio uno dei luoghi interessati a questi riti, anni orsono ha costituito oggetto di indagini approfondite da parte degli archeologi e l´importanza dei reperti rinvenuti, ha addirittura condotto gli studiosi ad affermare che in esso si è sviluppata una vera e propria cultura originale dell´età del rame, la cultura di Civate, che costituisce un anello di congiunzione unico ed insostituibile per conoscere lo sviluppo della storia del vasto periodo neolitico nella nostra regione.
Fu nel lontano 1956 che alcuni speleologi dilettanti di Valmadrera, su indicazione precisa dell´indimenticabile Rocco Castagna, civatese che allora si poteva incontrare quotidianamente intento al lavoro agricolo presso la Cà dè Linaa, di sua proprietà, raggiunsero il cosiddetto Bus de la sàbia (Buco della Sabbia), una caverna ben nascosta e che, se non si era del posto, con difficoltà si riusciva ad individuare e raggiungere sulla parete scoscesa di calcare che domina lo strapiombo affacciato dirimpetto al lago d´Annone. Subito, rimovendo superficialmente il materiale terroso accumulato nel primo vano della fenditura, essi si accorsero che la cavità naturale poteva avere una importanza straordinaria. Infatti, essa non solo si presentava come interessante dal punto di vista speleologico, ma poteva essere oggetto di indagine e di ricerca per gli archeologi. E così fu.
Naturalmente gli archeologi, incaricati dalla Sovraintendenza all´Archeologia regionale e che operavano in collaborazione col Gruppo Grotte Milano, dapprima non furono contenti che qualcuno avesse già rovistato all´interno di quella che si presentava come una grotta preistorica. Tuttavia la quantità di materiale sabbioso, depositatosi nei secoli all´interno della grotta, aveva di fatto mantenuto integro il suo prezioso contenuto.
Gli archeologi erano guidati dall´anziano professor Ottavio Cornaggia Castiglioni, illustre paletnologo, grande studioso della preistoria, che prima della sua scomparsa, avvenuta nel ´79, ha lasciato dietro di sé, oltre alla chiara fama, anche una settantina di scritti sulle civiltà preistoriche neolitiche e dell´età del bronzo. Il professore universitario, creatore e curatore del Museo di Storia Naturale di Milano, fu conscio immediatamente d´essere di fronte ad una scoperta eccezionale, un nuovo tassello da aggiungere alle sue conoscenze per ricostruire l´evoluzione del periodo eneolitico, cioè un frammento l´età del rame. Infatti, la grotta del Buco della Sabbia non solo gli offriva tracce di resti umani, ma anche una serie di utensili, incisioni e manufatti di un periodo arcaico, cioè una facies dell´eneolitico lombardo, sino ad allora del tutto sconosciuti. L´entusiasmo della scoperta gli fece immediatamente coniare la definizione di Cultura di Civate per indicare l´unicità ed originalità della stessa; definizione che a tutt´oggi è ben nota fra gli studiosi.
Era l´inizio degli anni sessanta e gli scavi nel giacimento, che durarono poi fino al ´64, si svolgevano all´interno della grotta, che si rivelava una minuscola cavità carsica situata a circa 450 metri d´altezza sulle pendici meridionali del monte Cornizzolo, in tempo antico chiamato Pedale. Sulla parete rocciosa a strapiombo si apre infatti una cavità che s´insinua per una quindicina di metri: la luce diretta penetra solo nello spazio iniziale, un primo ambiente che è seguito da altri due, di cui l´ultimo completamente buio, collegati fra loro da stretti passaggi a cunicolo. La penetrazione nelle diverse parti della grotta era resa molto difficoltosa dal deposito di una imponente quantità di terriccio, che con pazienza fu asportato strato per strato. Del resto, proprio la difficoltà dell´accesso e questi depositi l´avevano protetta da atti distruttivi dei soliti ignoti.
Il materiale stratificato, opportunamente sezionato, ha consentito di distinguere due grandi successivi periodi d´uso dei diversi ambienti. La parte superiore era caratterizzata da un notevole ammasso di materiale friabile, sedimento dell´età olocenica (l´epoca geologica più recente, quella in cui ci troviamo oggi e che ha avuto il suo inizio circa 11.700 anni fa), scuro e disseminato di polvere e frammenti rocciosi precipitati lentamente in un periodo di circa tre mila anni a causa dell´azione dell´acqua penetrata da fessure della parete calcarea. La parte inferiore raggiungeva il fondo di roccia: di diverso spessore, di materiale grigio, frammisto a polvere di marna indurita, era riconducibile ad una età tardo pleistocenica (epoca geologica che coincide col paleolitico medio e superiore con la presenza dell´Homo neanderthalensis e dell´Homo sapiens) e non conteneva elementi per uno studio paletnologico. La frequentazione umana della grotta nei millenni è testimoniata dalla presenza di resti di ossa, sia di uomini che di animali, e da oggetti di fabbricazione umana. Tali tracce sono soprattutto presenti nell´ultima cavità completamente buia, che in tempi diversi fu usata come cella funeraria sia per riti di inumazione con la sepoltura dei defunti, che di incinerazione con la conservazione delle ceneri dei defunti. Di quest´ultimo rito si sono trovati in superficie frammenti di piccole urne di ceramica nerastra, presumibilmente usate in età romana, considerando anche il rinvenimento di una moneta del periodo dell´imperatore Gallieno, un antoniniano, risalente al III secolo dopo Cristo. Ciò significa che sino ad allora la grotta venne frequentata, almeno per dare temporaneo rifugio ai soldati di vedetta sul dosso della guardia. Altri resti di vasi di ceramica giallastra o scura, con i bordi decorati con semplici incisioni o coppelle, venivano rinvenuti qualche centimetro al di sotto e risalgono al tardo periodo della Civiltà del Bronzo di questi territori. Sotto di essi, su uno strato più duro di materiale, si scopriva una vera e propria necropoli ad inumazione, con resti umani e corredi funerari.
Le inumazioni avvenute nel Buco della sabbia, si presentano secondo le principali caratteristiche del periodo eneolitico, cioè con i corpi, rivestiti del corredo funebre, deposti direttamente sul suolo della cella funeraria. Quest´ultima è pensata proprio come una dimora del defunto, dove egli possa continuare la propria vita anche al di là della morte. Per questo gli vengono collocate accanto quelle suppellettili o quegli utensili che era solito utilizzare in vita. Ecco perché i defunti non venivano ricoperti di terra. Tali resti umani ovviamente si disunirono e furono sepolti successivamente dal lento sedimentarsi naturale del materiale franato dalle pareti, dopo che gli abitatori eneolitici del nostro territorio cessarono di utilizzare a scopi rituali la grotta. Non solo. La cella funeraria fu senza dubbio utilizzata per un lungo periodo (si pensa almeno due secoli), lasciandoci così testimonianza di una vera e propria necropoli. Infatti, mentre sul suolo dell´ultima cavità vennero rinvenuti i resti di almeno cinque individui, nel fianco della parete fu scoperta una cista litica, cioè una buca scavata nella roccia, che ha avuto la funzione di raccogliere i resti ossei di parecchi individui che di volta in volta venivano raccolti dal suolo per fare posto a nuove inumazioni.
Iscrizioni preistoriche, ritrovate nel Buco della Sabbia, sono soprattutto presenti nelle sue cavità più interne e particolarmente dentro la cista litica, utilizzata per conservare i resti ossei degli antichi defunti. Si presentano come incisioni omogenee, costituite da una serie di linee sottili ravvicinate, a volte parallele, altre divergenti o ricurve in ordine verticale, che formano scacchiere quadrangolari con motivi a forma di "Y". Mal conservate a causa del deterioramento delle superfici calcaree su cui sono poste, segnalando la loro originalità rispetto a tutte le altre tipologie rinvenute nell´area padana ponevano interrogativi inerenti alla loro precisa datazione e appartenenza culturale. A risolvere tali enigmi intervengono opportunamente gli elementi eterogenei, come ceramiche, utensili di pietra e d´osso, ornamenti di rame che contraddistinguono la Cultura di Civate. Tra questi ultimi, ovviamente, gli utensili in pietra sono i più numerosi e significativi: lamelle in selce sottili con schegge di lavorazione. Tra le pietre lavorate v´è un raschiatoio ricurvo, grattatoi carenati e piccoli utensili lavorati a mezzaluna. A questa tipologia di prodotti del neolitico superiore (cioè dell´ultimo periodo dell´età della pietra), si accompagnano elementi chiaramente eneolitici, come un falcetto e cuspidi di freccia a lavorazione bifacciale con figura a losanga, peduncolo e alette, ricavati da una selce molto dura e chiara, che non corrisponde al materiale d´uso di quel periodo in altre località.
I reperti metallici rinvenuti nella necropoli di Civate sono scarsi, ma significativi: una perla cilindrica ottenuta ravvolgendo su se stessa una sottile lista di metallo; parte di un piccolo anello in lastrina di rame; un filo a spirale sempre dello stesso materiale. D´osso è il resto di un piccolissimo ago e una punta sottile di lancia, mentre è di particolare interesse il fatto che molti manufatti di pietra, d´osso o di denti umani o d´animale presentano un foro all´estremità per permettere la fabbricazione di bracciali, collane o pendagli. I denti sono di numerosi tipi d´animale: cinghiali, volpi, cani, martore e cervidi. Ad essi, come ornamenti, si aggiungono piastrine d´osso rettangolari o tonde, pendagli in calcare a forma di goccia e di perla sferica e cilindrica e piccole perle litiche ad anellino in calcare bianco.
Non poteva certo mancare, tra i reperti, la ceramica, seppur d´impasto grossolano. Benché frantumata in minuscoli pezzi forse al momento dell´uso rituale del culto dei morti, essa è testimoniata da diversi tipi di recipienti di media grandezza con fondo piatto e decorazioni semplicissime poste sugli orli o poco al di sotto, rappresentati da grosse coppelle o minuscole bozze e fori passanti. Il tipo di cottura del vasellame era a mucchio e contrasta col tipo di cottura del neolitico superiore, di cui comunque a Civate sono stati rinvenuti due vasi: una tazza a bassa parete rientrante e un altro recipiente di tipologia non identificabile.
Nella prima cavità d´ingresso alla grotta, i resti d´ossa d´animali sono numerosissimi. Essi possono essere attribuiti a due provenienze. La più semplice e naturale è quella che vede la cavità stessa come rifugio di specie selvatiche diverse. L´altra, suffragata in buona parte dalle tracce di bruciatura su resti ossei d´animali domestici, riconduce alla presenza umana ed in particolare ai cerimoniali d´inumazione che prevedevano la celebrazione di un banchetto rituale, durante il quale venivano consumati cibi e bevande. Ciò lascia anche presumere come l´economia di sussistenza fosse allora di tipo misto, con una tendenza verso la pastorizia, ma con la continuità della caccia. Il cane è fra i resti rappresentati e lo stesso ha lasciato tracce di denti su altri tipi d´ossa animali, tra cui ovini, suini e bovini e pure il cavallo. Tra i selvatici sono numerosi i resti di cervo e capriolo, ma anche il ghiro, il tasso, il gatto selvatico e la lepre, mentre degli uccelli caratteristico è il gallo cedrone, ma anche anatre, oche con le tartarughe provenienti dallo specchio lacustre, ed i colombi, che nidificavano negli anfratti della parete rocciosa.
Gli elementi via via ricordati sono solo in minima parte comuni ad altri ritrovamenti del periodo eneolitico. Per lo più, infatti, essi appartengono in maniera specifica ed unica a questo sito del Buco della Sabbia, e si caratterizzano, per la loro originalità, come una facies particolare che dagli studiosi è appunto riconosciuta come Cultura di Civate. Quanto alla sua collocazione cronologica, dal momento che questa cultura presenta ancora alcuni manufatti risalenti alla tipologia del neolitico superiore, come le lamelle sottili non ritoccate o la ceramica nera a pareti molto sottili, si deve supporre che essa sia venuta a contatto con culture simili su questo territorio, come ad esempio la Cultura della Lagozza (località che si trova presso Besnate in provincia di Varese), che l´ha preceduta e si è sviluppata nel terzo millennio a.C. precedendo le migrazioni nella regione Padana di popolazioni centro-meridionali della Penisola. Questa datazione certa permette di collocare la Cultura di Civate tra il 2.600 ed il 2.500 a.C., dal momento che si suppone essa abbia avuto uno sviluppo di almeno due secoli. Così essa costituirebbe una delle culture più arcaiche dello stesso periodo eneolitico. Civate pertanto rappresenta il fulcro di una cultura eneolitica specifica, presente in alcuni resti unicamente sulle falde montuose delle Prealpi Lombarde, in siti archeologici vicini come il Tetto del buco del Piombo o la Grotta del Tamborin, entrambi posti in Val Bova nei dintorni di Erba, come in una antica cava di argilla presso Olginate. Sono luoghi dove sono state recuperate poche tracce di manufatti confrontabili con quelli invece così numerosi e specifici della nostra Cultura di Civate.
Ecco perché il Buco della Sabbia dovrebbe richiamare l´attenzione di più turisti e magari di qualche civatese incuriosito! Naturalmente, se volete andarci, ricordate di munirvi d´una pila efficace per farvi luce nelle oscurità della grotta!

Copper Age: the uniqueness of the "culture of Civate"

Charles Chestnut

The throngs of tourists, from the early hot and sunny days of spring arrive in Civate, headed for the steep path that inevitably leads to the ancient Abbey of San Pietro. Few, in fact, they know the history of Civate already started many centuries before the construction of the famous basilica mountain, leaving many traces of human presence dating back well in the third millennium BC. It ´so at least since beginning the special and rich history of the area civatese and perhaps it would be appropriate to remember more often, to understand how, from that moment to arrive until today, our history has produced many other valuable evidence of the reality of a life thousands of years that is ready to be discovered. Two years ago, even in the first article dedicated to the simple knowledge of Civate, telling of the ancient presence on the slopes of the Ligurian Cornizzolo and solar rites which they have left no visible trace. Just one of the places involved in these rites, years ago, has been thoroughly investigated by archaeologists and the importance of the findings discovered, has even led scholars to assert that it has developed a true original culture age of copper, the culture of Civate, which is a unique and irreplaceable link to learn about the history of the development of vast Neolithic period in our region.
It was in 1956 that some amateur cavers Valmadrera on precise indication of the unforgettable Rocco Castagna, civatese that then you could meet him at work every day at the farm Cà de Lina, through ownership, they reached the so-called Bus de la Sabia (Hole Sand), a well hidden cave, and that if it was not the place, with difficulty they were able to identify and reach the steep wall of limestone that dominates the cliff overlooking the lake opposite of Hanno. Now, removing the surface of soil accumulated in the first compartment of the midline, they realized that the natural cavity could have an extraordinary importance. In fact, it alone was not as interesting from the standpoint of caving, but it could be the subject of investigation and research for archaeologists. And so it was.
Of course, archaeologists, authorized by the Superintendency of Archaeology Regional and operated in collaboration with Gruppo Grotte Milan, at first were not happy that someone had already rummaged inside what looked like a prehistoric cave. However, the amount of sandy material, deposited over the centuries inside the cave, had in fact kept intact its precious contents.
Archaeologists were led by Elder Cornaggia Professor Ottavio Castiglioni, palethnologist distinguished, great student of prehistory, that before his death in ´79, he left behind, in addition to the well-known, even seventy writings on prehistoric civilization Neolithic and Bronze Age. The university professor, creator and curator of the Museum of Natural History in Milan, he was immediately conscious of being faced with an extraordinary discovery, a new piece to add to his knowledge in order to reconstruct the evolution of the Copper Age period, that is a fragment of the ´ Copper Age. In fact, the cave of the Sand Hole not only gave traces of human remains, but also a number of tools, carvings and artifacts of the Archaic period, which is a facies Eneolithic Lombard, until then completely unknown. The enthusiasm of the discovery made him immediately coined the phrase of Culture Civate to indicate the uniqueness and originality of the same, a definition that is still well known among scholars.
It was the beginning of the sixties and excavations in the reservoir, which then lasted until ´64, took place inside the cave, which revealed a small karst cave located about 450 meters on the southern slopes of Mount Cornizzolo in ancient times called Pedal. On the cliff overlooking it opens up a hole that winds for about fifteen meters away from direct sunlight penetrates only in the initial space, an initial environment which is followed by two others, the last of which completely dark, interconnected by narrow tunnel crossings. The penetration in different parts of the cave was made very difficult by the filing of an impressive quantity of soil that was removed with patience layer by layer. Moreover, precisely the difficulty of access and these deposits were protected from the destructive acts of the usual unknown.
The laminated material, properly isolated, allowed to distinguish two major successive periods of use of different environments. The upper part was characterized by a considerable mass of friable material, sediment Holocene age (the most recent geological era, one where we are today and that had its beginning about 11,700 years ago), dark and strewn with dust and rock fragments fallen slowly over a period of about three thousand years because of the flood water from cracks in the limestone wall. The bottom reached the bottom of rock of different thicknesses of gray material, mixed with powdered hardened marl, was attributable to a Late Pleistocene (geological period that coincides with the Middle and Upper Paleolithic Homo neanderthalensis and with the presence of ´homo sapiens) and did not contain elements for a study palaeoethnology. The human presence in the cave over thousands of years is evident by the presence of remains of bones, both men and animals, and man-made objects. These tracks are mainly present in the last cavity completely dark, which at different times was used as a death chamber for the burial rites of burial of the dead, that´s burning with the conservation of the ashes of the deceased. Of the latter rite is found on the surface are small fragments of ceramic urns blackish, presumably used in Roman times, considering the discovery of a coin of the period of Emperor Gallienus, a Antonini, dating from the third century after Christ. This means that until then the cave was visited, at least to give temporary refuge to soldiers on patrol off guard. Other remains of ceramic pots or yellowish brown, with edges decorated with simple carvings or shells, were found a few inches below and go back to the late Bronze Age Civilization of these territories. Below them, on a layer of hard material, they discovered a veritable necropolis burials with human remains and grave goods.
The burial took place in the sand hole, are presented according to main characteristics of the Copper Age period, that is, with the bodies, covered the funeral, placed directly on the soil of the death chamber. The latter is designed just like a house of the deceased, where he can continue his life beyond death. That´s why they are placed next to furniture or those who used to use those tools in life. That is why the dead were not covered with earth. These human remains were buried obviously disunity and subsequently by the slow sedimentation of natural material from the walls collapsed, after the inhabitants of our land Aeneolithic stopped using the cave for ritual purposes. Not only that. The death chamber was undoubtedly used for a long time (we think at least two centuries), leaving as evidence of a real cemetery. In fact, while on the ground when filling were found the remains of at least five people, in the side wall was discovered a stone cist, which is a hole dug in the rock, which had the function of collecting the bones of several individuals of time to time were collected from the ground to make room for new burials.
Prehistoric inscriptions, found in the Sand Hole, are particularly involved in its inner cavity, and particularly within the stone cist, used to store the bones of the ancient dead. They appear as homogeneous engravings, consisting of a series of thin lines close together, sometimes parallel, divergent or other curved in vertical order, forming chessboards of square-patterned "Y". Poorly preserved because of the deterioration of the limestone surfaces on which they are raised, signaling their originality compared to all other types found in the valley posed questions relating to their precise dating and cultural belonging. To solve these puzzles intervene appropriately heterogeneous elements, such as pottery, stone tools ed´osso, copper ornaments that distinguish the culture Civate. Among the latter, of course, the stone tools are the most numerous and significant: reeds with thin slivers of flint working. Among the carved stones there is a curved scraper, scrapers reels and small tools worked crescent. In this type of product than the Neolithic (ie the last period of the Stone Age), is accompanied by clear Aeneolithic elements, like a sickle and arrowheads to work with double sided diamond shape, stem and fins, made from a flint very hard and clear, that does not match the material of the period of use in other locations.
The metallic objects found in the necropolis of Civate are scarce, but significant: a cylindrical bead obtained wraps around itself a narrow list of metal part of a small ring of copper plate, a wire the same material. On the rest of the bone is a very small needle and a thin tip of the spear, and is of particular interest is the fact that many artifacts of stone, bone or human teeth od´animale have a hole in the end to allow the manufacture bracelets, necklaces and pendants. The teeth are numerous types of animals: wild boars, foxes, dogs, martens and deer. To them, as ornaments, adding bone plates rectangular or round, lime-shaped pendants and pearl drop spherical and cylindrical beads and small lithic to ring in white limestone.
Could not miss, among the finds, the pottery, although rough mixing. Although perhaps shattered into tiny pieces at the moment of ritual worship of the dead, it is demonstrated by various types of vessels of medium size with a flat bottom and simple decorations placed on the edges or slightly below, represented by large shells or small drafts and holes. The type of pottery was a lot of cooking, which contrasts with the type of cooking than the Neolithic, of which however were found in Civate two vessels: a cup of low wall and covered by another type of container can not be identified.
In the first cave entrance to the cave, the remains of bones of many animals. They can be attributed to two origins. The simplest and most natural is that which sees the cavity itself as a refuge for various wildlife species. The other, supported largely by the traces of burning on the bones of domestic animals, leads to human presence, particularly the ceremonial burial of providing for the celebration of a ritual feast, in which food and drink were consumed. This does not even suggest how the subsistence economy was then mixed with a tendency towards the sheep, but with the continuity of the hunt. The dog is represented among the remains and the left teeth marks on bones of other animals, including sheep, pigs and cattle and even horses. Among the birds are numerous remains of deer and roe deer, as well as the dormouse, badger, wild cat and the hare, while birds capercaillie is characteristic, but also ducks, geese with turtles coming from the surface of the lake, and pigeons, which nest in the crevices of the rock wall.
The elements are gradually remembered only partly common to other findings from the Copper Age period. Mostly, in fact, they belong in a specific and unique to this site of the Sand Hole, and are characterized by their originality, as a special facies that is precisely recognized by scholars as Civate culture. As to its chronological position, since this culture still has some artifacts dating back to the top of the Neolithic type, such as thin slices not retouched or black ceramic with very thin walls, one must assume that it has come into contact with cultures similar to this territory, such as the Culture of Lagozza (location which is located at Besnate in the province of Varese), which preceded and developed into the third millennium BC preceding migration in the Po Valley region of central and southern populations of the peninsula. This allows you to place certain dating culture Civate between 2600 and 2500 BC, since it is supposed to have evolved in at least two centuries. So it would be one of the most archaic cultures in the same period Eneolithic. Civate therefore constitutes the core of a neolithic culture specific, present in only some remains on the mountain slopes of the Alps of Lombardy, in archaeological sites like the neighboring hole in the roof of the Cave of the Lead and Tamborini, both located in nearby Grass Valley Bova, as in an old clay quarry at Olginate. They are places where they were retrieved a few traces of artifacts compared with those instead so numerous and specific to our culture Civate.
That´s why the hole in the sand should draw the attention of more tourists and maybe some civatese curious! Of course, if you want to go there, remember to munirvi effective to make a pile of light in the darkness of the cave!



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